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Obertus de Crota è il nome che uso quando partecipo alle varie manifestazioni di rievocazione storica.
Non è un nome inventato. Compare in una piccola ricerca relativa le origine del mio cognome: Il 20 giugno del 1189 un tale Obertus de Crota fu chiamato come teste in una sentenza emanata dal messo imperiale di Federico I il Barbarossa e suo figlio a favore del Monastero di Santa Maria Toedota di Pavia, in merito a terre alienate illegalmente dalla Badessa Doda.
Tuttavia, non vi è dimostrazione che questo personaggio sia un mio lontano parente, ma sussiste comunque la similitudine del mio cognome con quello dei Crota che, probabilmente, si è modificato poi col passare dei secoli.
Stemma Araldico: Troncato nel 1° d'oro al volo spiegato di nero; al 2° fusato d'azzurro e d'argento.
Motto: Impavidum Ferient Ruinae (Orazio, Odi, III, 3, 8)
trad.: Impavido lo colpiranno le rovine, ovvero L'impavido resiste addirittura
al crollo della volta celeste.

"La preparazione di un cavaliere è complessa, ed inizia fin dall'infanzia. Partendo da tenerissima età, il ragazzo attraversa i tre gradi di damicellus (paggio), vassaletus (valletto) ed armiger (scudiero), nel corso dei quali apprende non solo l'uso e la manutenzione delle armi, ma anche regole di cortesia e precetti religiosi. Viene quindi consacrato cavaliere intorno ai quindici-sedici anni. La tendenza generale, tuttavia, sarà quella di ritardare il tempo dell'investitura a ventun anni. Per la sua natura religiosa, oltre che militare, la vestizione, come era chiamata l'iniziazione cavalleresca, era considerata già alla fine del X secolo un ottavo sacramento. Il candidato vi si preparava con una notte di veglia in armi nella cappella di famiglia, inginocchiato davanti all'altare. Veniva poi purificato con un bagno rituale, confessato e comunicato. Seguiva una messa solenne, al termine della quale avveniva la vestizione vera e propria, che consisteva nella consegna da parte del sacerdote della spada consacrata, degli speroni, dello scudo, della lancia e delle varie parti dell'armatura che appunto il giovane indossava. La cerimonia si concludeva infine con l'accollata o palmata, cioè con un colpo inferto col palmo della mano dal padrino sulla nuca del neofita, o anche di piatto con la spada sulla spalla. Era consuetudine che il colpo fosse di una certa forza, tanto da far vacillare il ricevente. Poteva anche essere il sacerdote a chiudere la cerimonia invece del padrino, cingendo in vita la spada al candidato e rivolgendogli due semplici parole: "Sii cavaliere!". Veniva scelta per tale cerimonia, di solito, una ricorrenza religiosa di una certa importanza, come la Pentecoste o il Natale, o anche la festa di qualche Santo, ma spesso avveniva sul campo, dove i giovanissimi scudieri venivano impegnati in battaglia al seguito dei loro signori. Quest'ultima pratica, rivolta a premiare il valore sull'abbrivio dell'emozione provocata dal combattimento, andò prevalendo tra i secoli XI e XII, che segnarono il massimo splendore della cavalleria.
da "Storia ed Epopea della Cavalleria" di Franco Cuomo
N.B.: ringrazio mia nonna che, con tanta pazienza, mi ha confezionato tutto il vestiario!